Rubrica Benessere alimentare

Se mangiare sano diventa un lusso: i numeri OIPA raccontano la povertà alimentare in Italia


Foto della presentazione del report "Povertà e insicurezza alimentare in Italia" presentato da OIPA

Tra mode estreme e realtà quotidiana: il contrasto sul cibo

Qualcuno mangia bistecche a colazione, altri consigliano di eliminare le proteine perché infiammatorie, altri ancora sembrano scegliere ogni pasto in base a canoni estetici rigidissimi. Ma mentre sui social i trend si susseguono portando alla ribalta schemi alimentari estremi, digiuni volontari o alimenti dalle supposte proprietà miracolose, la ricerca scientifica documenta una realtà quotidiana italiana molto diversa: povertà e insicurezza alimentare in aumento.

Mangiare sano costa fino al 60% in più rispetto a scegliere cibo ultra-processato, un sovrapprezzo insostenibile per moltissime famiglie. Così, due terzi dei giovani italiani ha abbandonato la dieta mediterranea, preventiva rispetto a un gran numero di patologie, e il 31% dei giovani adulti mangia secondo il modello occidentale, basato sul consumo di carne e alimenti ultra-processati. Il gap generazionale esiste – tra la popolazione anziana il tasso di adesione alla dieta mediterranea aumenta – ma non è solo una questione di età.

Report OIPA: l’insicurezza alimentare in Italia cresce con l’inflazione

In un mondo di avocado toast e matcha latte, il volume Povertà e insicurezza alimentare in Italia. Dalla misurazione alle politiche, curato dall’OIPA (Osservatorio Insicurezza e Povertà Alimentare del CURSA – Consorzio Universitario per la Ricerca Socioeconomica e per l’Ambiente) in collaborazione con numerose università italiane, l’ISTAT e la FAO, fotografa una realtà in cui l’accesso a un’alimentazione adeguata è sempre meno scontato. Inflazione, aiuti insufficienti e forti disuguaglianze territoriali stanno trasformando il cibo in un nuovo fattore di esclusione sociale.

Mangiare sano costa il 60% in più: così aumentano le disuguaglianze

Nel 2023, l’8,4% della popolazione italiana – circa 4,9 milioni di persone – ha vissuto in condizioni di deprivazione alimentare materiale, un dato in peggioramento rispetto all’anno precedente. Non si tratta solo di “mancanza di cibo”, ma di una progressiva rinuncia alla qualità: oltre una famiglia su dieci dichiara di aver sacrificato la qualità della propria dieta per ragioni economiche, alimentando un paradosso che vede convivere malnutrizione e obesità.

Il report parla esplicitamente di food insecurity premium: una dieta sana, basata su frutta, verdura, cereali integrali e proteine di qualità, costa fino al 60% in più rispetto a una dieta fondata su alimenti ultra-processati, ricchi di zuccheri, grassi e sale. Una forbice che spinge le famiglie più fragili verso scelte obbligate, più economiche ma anche più dannose per la salute. Non a caso, solo il 43% degli italiani segue oggi un’alimentazione riconducibile al modello mediterraneo, mentre tra i giovani tra i 15 e i 24 anni la quota scende al 32%.

Malnutrizione e obesità: il paradosso della povertà alimentare

Il prezzo della dieta raccomandata è infatti cresciuto rapidamente negli ultimi anni: +24% a livello nazionale tra il 2018 e il 2023, passando da 1.690 a 2.130 euro annui pro-capite, con aumenti ancora più marcati nel Mezzogiorno, dove nel solo 2023 l’incremento ha raggiunto il +27%. «Un dato preoccupante, con un impatto considerevole sulle abitudini alimentare e sulla salute delle persone, in particolare dei bambini» ha commentato Davide Marino, Professore di Economia e Politica Agroalimentare all’Università del Molise e Direttore scientifico dell’Osservatorio, durante la presentazione del volume che si è svolta lo scorso 18 dicembre presso Palazzo Ripetta, a Roma. 

Povertà e cibo industriale: un circolo vizioso che inizia da bambini

Più di un bambino su cinque convive con l’obesità, una quota che sale a quasi uno su tre nelle aree caratterizzate da maggiore povertà e, sottolinea Marino, «come incidenza percentuale supera i numeri europei . Le conseguenze sulla salute pubblica sono pesantissime. In Europa, le malattie croniche non trasmissibili – diabete, tumori, patologie cardiovascolari, obesità – causano circa l’86% dei decessi complessivi. Molte di queste patologie sono direttamente legate a modelli alimentari scorretti, protratti nel tempo.

Povertà economica, ambienti alimentari sfavorevoli e vincoli di accesso si intrecciano producendo un circolo vizioso: le famiglie a basso reddito, impossibilitate ad acquistare cibo fresco e di qualità, si orientano verso prodotti industriali a basso costo ma ad alto contenuto di zuccheri, grassi saturi e sale. I figli crescono abituandosi a questi sapori, perpetuando il modello. La malattia diventa eredità sociale e, conclude Marino, «un bambino obeso, è un adulto malato».

Sistemi di aiuto alimentare: ancora inefficaci e squilibrati

Se a pagarne le spese in modo immediato sono le fasce con un reddito più basso, l’insicurezza alimentare intesa come difficoltà di accesso a un’alimentazione sana, adeguata e sostenibile, spiega Francesca Felici, ricercatrice, antropologa dell’OIPA e dottoranda in Geografia Umana all’Università La Sapienza di Roma, «riguarda tutte e tutti noi».

«In Occidente non si muore di fame, ma tra le forme di povertà alimentare più diffuse c’è l’impossibilità di scegliere cosa mangiare: è una questione di dignità e di salute che in un certo senso tocca tutti» conclude la ricercatrice.

Nemmeno il sistema degli aiuti riesce a colmare il divario. Tra il 2020 e il 2023 i beneficiari di sostegni alimentari sono aumentati del 10%, con circa 5 milioni di persone che vi hanno fatto ricorso, a cui vanno aggiunti i membri dei rispettivi nuclei familiari, e incrementi molto più marcati tra minori (+33%) e anziani (+40%). Eppure, circa la metà delle persone in povertà assoluta resta esclusa da qualsiasi forma di assistenza, frenata da barriere burocratiche e limiti territoriali. Dove gli aiuti arrivano, spesso non garantiscono un’alimentazione equilibrata: l’analisi nutrizionale dei pacchi alimentari mostra un’eccessiva presenza di dolci, snack e proteine animali, a fronte di una carenza evidente di frutta e verdura fresche.

Deserti alimentari anche al Nord: l’insicurezza alimentare si espande

Il volume segnala anche nuove geografie della fragilità: mentre il Sud continua a registrare le incidenze più alte, è al Nord che la domanda di aiuto cresce più velocemente. In Trentino-Alto Adige, ad esempio, i beneficiari sono aumentati dell’89% in soli tre anni e nelle grandi città come Roma sono emersi quelli che gli autori del volume definiscono “deserti alimentari e solidali”, aree in cui è necessario percorrere più di un chilometro per raggiungere l’attività alimentare più vicina e dove le reti di assistenza sono assenti o insufficienti.  

In un Paese che celebra la dieta mediterranea come patrimonio culturale, il diritto a un’alimentazione sana rischia di trasformarsi in un privilegio per pochi. Il report OIPA mostra come l’insicurezza alimentare non sia un’emergenza marginale, ma una frattura strutturale che incide sulla salute, sulle disuguaglianze e sul futuro delle nuove generazioni: il cibo è, forse ora più che mai, politico. 

Torna in alto